Ne è valsa la pena? In nome della famiglia o della felicità personale?

Ne è valsa la pena? In nome della famiglia o della felicità personale?

Le dimensioni dell’amore e delle relazioni in generale.

Questa settimana voglio prendere spunto da un episodio non troppo recente di “Modern Family”, una serie televisiva che racconta le vicende di un famiglione allargato e decisamente variegato e diverso.

Ci sono un padre che si avvia verso la terza età, imprenditore di successo decisionista e poco incline alle emozioni dimostrate; i suoi due figli del primo matrimonio, a loro volta sposati con figli; la sua seconda moglie, il figlio di lei, adolescente, il figlio del nuovo matrimonio, ancora piccolo.

Niente di strano, niente che oggi non vediamo o addirittura viviamo nella nostra quotidianità. E tuttavia le situazioni divertenti e talvolta comiche che questa serie propone, nascono dalla diversità estrema che caratterizza questo gruppo di persone: la moglie di Jay, il capostipite imprenditore, è una giovane e bellissima colombiana, della stessa età dei due figli di Jay. Il figlio maschio del primo matrimonio di Jay, Mitchell, è omosessuale e sposato con Cameron, insieme al quale ha adottato Lily, una piccola vietnamita. La figlia di Jay, Claire, è sposata con il tenero Phil, inventore, prestigiatore, immobiliarista, con il quale ha tre figli adolescenti.

La famiglia condivide week end, feste, viaggi, ma anche eventi personali più o meno felici e strani, più o meno dolorosi e normali. Il tutto rinsaldando costantemente un legame che va ben al di là dei vincoli di parentela o dell’affetto che costantemente scambiano, o delle divergenze e delle intolleranze che spesso e naturalmente emergono.

Mi ha colpito in particolare una considerazione che Jay fa durante il matrimonio di suo figlio con il proprio compagno. Jay ricorda i momenti difficili trascorsi con la prima moglie, ricorda la tentazione forte e ricorrente di farla finita con un matrimonio pieno di rancore e di conflitto. Ricorda la decisione quasi presa di andare via e di rinunciare a far funzionare le cose, mentre ancora Claire e Mitchell erano bambini.

Poi, ricorda anche la determinazione di non voler privare i suoi due figli di una famiglia completa, e la decisione di aspettare, di fare del suo meglio, di adattarsi a una situazione frustrante e faticosa, almeno fino a quando Claire e Mitchell non fossero diventati adulti, fuori di casa, non più bisognosi di una coppia genitoriale almeno in apparenza unita e coesa.

E guardando la sua bellissima, dolcissima, nuova compagna Gloria e considerando la grande felicità che oggi vivono e scambiano in famiglia, pensa che sì, è stata dura, c’è voluta pazienza e spirito di adattamento, ma “Sono stato ampiamente ricompensato, ne è proprio valsa la pena!”

Al di là delle valutazioni personali che ciascuno di noi può esprimere nei confronti delle famiglie allargate o delle decisioni di tenere unite le famiglie per il bene dei figli piccoli, la mia considerazione riguarda le dimensioni dell’amore e delle relazioni in generale.

Tutti noi quando creiamo la nostra coppia e poi la nostra famiglia, immaginiamo che sarà per sempre, che raggiungeremo determinati traguardi insieme, che i nostri figli cresceranno in un certo modo, che il legame reciproco sarà più forte di tutte le interferenze e i cambiamenti che la vita ci scaglierà addosso. Abbiamo una “visione” che ci proietta avanti nel tempo, che ci parla di noi al meglio, di come vorremmo crescere e diventare.

Che cosa succede allora, che cosa fa sì che i desideri non si avverino, che i legami si spezzino e che la visione vada in frantumi?  Succedono tante cose, alcune le abbiamo anche già esplorate negli articoli precedenti. Quello che invece oggi ci interessa è l’idea che molto spesso la nostra visione e la passione che inizialmente investiamo perché la visione stessa si realizzi, a un certo punto non sono più sostenute dalla “disciplina” che serve.

Cosa è la disciplina?

La disciplina è affrontare lo sforzo di trasformare la visione in realtà, è la visione sostenuta dall’impegno, è la manifestazione della forza di volontà, è l’esecuzione, è fare in modo che accada, è il sacrificio di fare tutto il possibile perché la visione si realizzi.Significa immergersi nella realtà, che spesso è dura e difficile e brutale, significa accettarla e non ignorarla, non scappare, ma provare a adattarsi creativamente ad essa, senza disperazione, perché la visione ci sostiene e il senso di speranza ci incoraggia.

E’ una definizione possibile di felicità: vuol dire subordinare ciò che si vorrebbe oggi, ciò che ci attira e che ci sembra così desiderabile, a ciò che si vuole fortemente per domani, perché solo la disciplina rende veramente liberi. Liberi dal rimpianto di non averci provato fino in fondo, dai sensi di colpa, dalle recriminazioni, dal dolore di essere meno di quanto vorremmo essere.

La domanda è: prima di tutto, qual è la nostra visione speciale di noi nelle relazioni, quella visione che immaginiamo fortemente desiderabile e positiva? E quali decisioni vale la pena di prendere, per rimanere fedeli e centrati in quella direzione? Quanto è sacrificabile la nostra personale momentanea soddisfazione, in nome di una felicità più grande?

Un abbraccio

Cristina


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