LITIGARE IN FAMIGLIA PER NUTRIRSI D’AMORE: PRIMA PARTE

LITIGARE IN FAMIGLIA PER NUTRIRSI D’AMORE: PRIMA PARTE

La famiglia, un posto protetto dove imparare a litigare

E se la famiglia fosse anche un posto protetto dove allenarsi alla conflittualità? Dove imparare che il disappunto, la rabbia, il rancore non espressi per paura o per una forma di rispetto formale, col tempo ingigantiscono e poi distruggono tutto? Dove allenarsi a dire “Ce l’ho con te” senza violenza e senza che le emozioni trabocchino e spostino i piani della comunicazione? Dove rassicurarsi sul fatto che se anche diremo NO e difenderemo il nostro punto di vista con forza, non verremo abbandonati e saremo comunque degni d’amore?

In famiglia si litiga anche spesso, anche in maniera forte. Altrettanto spesso ci si tengono i “musi” per giorni, si punisce l’offesa con il silenzio, oppure si utilizza una comunicazione sarcastica e svalutante.

Lo stile della comunicazione conflittuale si impara in famiglia: si imparano i modi, ma soprattutto si impara a evitare le emozioni negative che con il conflitto sono strettamente connesse. Se da bambino ho assistito ai piatti rotti e alle porte sbattute, è possibile che da grande anch’io rompa i piatti, ma è altrettanto possibile che decida di ingoiare tutto, di farmi andare bene qualunque cosa e di non alzare mai la voce, perché il ricordo della sofferenza e del disagio provato allora è ancora troppo dolorosamente presente in me.

Se ho ascoltato il sarcasmo usato come un’arma tagliente, da adulto posso averlo fatto mio e usarlo per distruggere l’altro quando non sono d’accordo con lui o non apprezzo ciò che fa o che dice. O, al contrario, posso rimanere ferito e annientato da ogni osservazione critica nei miei confronti, da qualsiasi tono svalutante, dalle frasi che sottintendono giudizi negativi o aspettative insoddisfatte. Impotente come da bambino nei confronti degli adulti che non mi ritenevano all’altezza.

Quello che è negativo nel confitto non è la sua stessa esistenza, quanto il dolore che genera in virtù del messaggio nascosto che spesso contiene. La comunicazione conflittuale ha sempre un significato molto evidente: per esempio, se te la prendi con me perché non ho ancora montato il mobile Ikea acquistato un mese fa, probabilmente hai ragione nel farmi notare che non è possibile che io non abbia trovato ancora il tempo per farlo.

Ma se parlando del mobile Ikea usi parole e toni intenzionati a comunicarmi che sono inaffidabile, pigro, che sono deludente e incapace, allora hai spostato il piano e non parli più del mobile: stai parlando di me come persona e io ti risponderò a tono, accusandoti a mia volta, cercando di ferirti, oppure mi chiuderò nel silenzio e nello sdegno, pensando che hai ragione oppure che sei una persecutrice ingiusta e così via.

Come mai è così difficile e pericoloso esprimere la nostra scontentezza, la nostra rabbia o la delusione nei confronti degli altri? In che modo le credenze sugli effetti del conflitto in famiglia possono portare a esperienze dolorose o a decisioni disfunzionali?

  • Talvolta abbiamo la sensazione che il conflitto sia irresolubile qualunque sforzo si faccia. Su questo non saremo mai d’accordo, tanto non mi ascolta, arrabbiarsi non serve a niente, chi ha più saggezza deve fare un passo indietro e sopportare. E’ inutile discutere;
  • Talvolta l’argomento conflittuale investe temi delicati e dolorosi, e sentiamo che non è il caso di aggravare la sofferenza. Spesso rivangare il passato per discutere le scelte fatte, i fatti avvenuti e ormai non più modificabili, è effettivamente fonte di sicuro dissidio e di malessere per tutti;
  • Talvolta il tema del conflitto è così dirompente che potrebbe mettere in pericolo l’esistenza stessa della relazione, o perlomeno noi lo percepiamo così! E’ meglio non discutere sui rispettivi genitori e su quanto abbiano rispettivamente contribuito all’acquisto della nostra casa … Emergerebbero non detti e rancori antichi che sono arrivati intatti fino ad oggi!

  • Talvolta sentiamo che alcuni temi sono così riservati e intimi da essere esclusi dall’area della comunicazione esplicita. Proviamo sentimenti di pudore e di riservatezza tali da sopportare il malessere che generano senza farne parola. Pensiamo, per esempio, all’area della sessualità di una coppia, o persino all’argomento soldi e spese. Sentiamo che non ci sono modi sicuri e innocui per toccare determinati argomenti o per rimandare certe nostre opinioni o richieste.

Eppure manifestare il disaccordo in famiglia, chiarire le proprie opinioni, esprimere quello che ci ha ferito, infastidito, addolorato, è una delle caratteristiche delle famiglie “sane”.

Certamente, stiamo parlando di un’espressione del disaccordo assertiva, empatica, non violenta e non manipolatoria. Vedremo nel prossimo articolo quali sono i modi e gli strumenti di una comunicazione conflittuale efficace e rispettosa, che non lasci feriti sul campo e che faccia crescere un po’ tutti quanti.

Per oggi mi limito ancora ad aggiungere che tutte le descrizioni delle famiglie con adolescenti soggette a disturbi del comportamento alimentare, anoressia e bulimia in particolare, riferiscono di sistemi famigliari che impediscono ogni manifestazione di disaccordo, evitando accuratamente l’emersione esplicita del dissenso.  Tutto viene tenuto a bada, nascosto, minimizzato, insabbiato. Si fa cioè in modo che il disaccordo non esploda mai apertamente

Esiste un test psicologico che viene condotto osservando e ascoltando l’adolescente anoressica o bulimica insieme con la sua famiglia, mentre eseguono un compito preciso:  viene loro richiesto di condividere e raccontare una discussione o un litigio in famiglia, che sia loro rimasto nella memoria.

Difficilmente il compito viene portato a termine. Tutti i famigliari mettono in atto una serie di divagazioni, distrazioni, evitamenti e, alla fine, la conclusione che ne traggono è che in realtà loro sono una famiglia che non litiga mai, se non, eventualmente, per problemi legati al comportamento alimentare della figlia adolescente.

In che modo il litigio, l’aperta espressione del disagio, permetterebbe alle famiglie disfunzionali, e anche a quelle “sane” di crescere nel rispetto reciproco dei suoi membri, nell’autostima, nella possibilità per i figli di diventare persone diverse e complete, e di saziare la fame d’amore?

Il seguito alla prossima settimana!

Un abbraccio

Cristina


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